Nel cortile della vecchia casa c’era sempre un gran abbaiare. Di giorno, di notte, d’inverno, d’estate… sembrava che i cani non smettessero mai di abbaiare. Gli inquilini si lamentavano con l’amministrazione, la polizia, l’ufficio tecnico: «Il vecchio con i suoi cani sta facendo impazzire tutti».
Si chiamava Oliver. Una piccola casa alla periferia, vernice scrostata, una recinzione dietro la quale si intravedevano sempre delle code. Nessuno entrava da lui: l’odore, il rumore e gli eterni sacchi di cibo che portava dal negozio. Sembrava che non avesse né famiglia né amici, tranne quei cani.
Una volta i vicini chiamarono una commissione per verificare se maltrattasse gli animali. Quando Oliver aprì la porta, tutti rimasero immobili. All’interno era pulito, sul pavimento c’erano vecchie coperte e intorno a lui c’erano dieci cani: diversi, zoppi, ciechi, ma felici.
«È un rifugio?» chiese una giovane ragazza della commissione.
«No», rispose lui sottovoce. «Sono quelli che nessuno voleva».
Raccontò che prima lavorava come veterinario. Dopo la morte della moglie non riusciva più a curare gli animali, era troppo difficile. Ma un giorno portò a casa il primo cane abbandonato. Poi il secondo. Poi il terzo.
«Quando li sento respirare accanto a me», disse sorridendo, «la casa non mi sembra più così vuota».
Da allora le lamentele cessarono. La gente cominciò a portare cibo, ad aiutare a pulire il cortile e i bambini iniziarono a venire a giocare con i cani. Il rumore rimase, ma ora non era più un abbaiare fastidioso, bensì un suono vivace di gratitudine e amore.

